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IL MOMENTO DI VARSAVIA
 

Ci sono ere e stagioni delle nazioni e delle città. Ci sono periodi in cui alcune dominano sulle altre per qualità e quantità di prodotti culturali. C'è stata un'età di Roma, una di Costantinopoli, c'è stata un età di Parigi, di New York, di recente un'età di Berlino. Ora è il momento di Varsavia.
Varsavia potrebbe diventare la guida culturale nei prossimi anni in Europa, caratterizzarsi come luogo di attrazione di artisti e forze creative, come propulsore di nuove forme e direzioni di investigazione.
Sto esagerando, ma solo un poco. Perché Varsavia ha veramente la possibilità oggi di sostituire la Berlino di un decennio fa, la città degli artisti, dei musicisti, degli scrittori.
Ci sono almeno tre fattori che concorrono a questo. Il primo è l'alta qualità delle proposte artistiche e culturali. Negli ultimi venti o trent'anni la Polonia ha prodotto alcune delle punte massime dell'arte contemporanea europea. Parlo di quel movimento, definito "arte critica", che agli inizi degli anni Novanta, nella ritrovata libertà epressiva dopo la caduta del comunismo, iniziò a toccare temi fondamentali come la vita, la morte, la malattia, il sesso, la religione. Produsse opere dirompenti che crearono polemiche e discussioni sui media e aprirono le porte dell'arte contemporanea al largo pubblico. Qualcosa di simile, in Europa, è accaduto solo nella Gran Bretagna degli Young British Artists. Da allora, l'energia non si è spenta, e le giovanissime generazioni, seppure in direzioni diverse, continuano a lavorare con determinazione e qualità rare in altri paesi europei.
Mi riferisco alle arti visive, che conosco meglio, ma anche il teatro e la musica sono ad alti livelli.
La seconda ragione della rosea previsione per il futuro della cultura in Polonia è il pubblico. Il pubblico polacco è interessato, attento, critico. I giovani continuano a frequentare i musei e i teatri. Pongono domande, amano le discussioni. I visitatori, nei musei d'arte contemporanea, raggiungono numeri paragonabili a quelli delle grandi mecche dell'arte, come la Tate Modern e il Guggenheim.
Terza ragione, ovviamente connessa con le precedenti, è una classe politica, che proprio perchè c'è un alto livello di produzione culturale e un pubblico numeroso, sulla cultura ancora scommette. E' del 2011 il "patto per la cultura" firmato dal Primo Ministro Donald Tusk con l'associazione di cittadini Obywatele Kultury in cui si impegnava a portare il budget nazionale del settore dallo 0,45 all'1% nell'arco di quattro anni. Vedremo cosa i primi sentori della crisi consentiranno realmente di fare al governo polacco. Ma finora gli impegni sono stati gradualmente mantenuti.
Questo vale per tutta la Polonia, ma Varsavia, ovviamente, è il principale attrattore e la città magnete. Ormai molti giovani artisti, da Poznan o da Cracovia, si stanno trasferendo nella capitale. E pure alcune gallerie, così da fare della città un sempre maggiore centro di creazione e divulgazione. Insieme alle istituzioni storiche quali la Galleria Nazionale Zacheta e il Centro per l'Arte Contemporanea Castello Ujazdowski, che dirigo, da decenni sedi delle più aggiornate iniziative di arte contemporanea, da qualche anno è sorto il Museo di Arte Moderna, per ora in uno spazio temporaneo, ma pronto ad avviare il concorso per la realizzazione del nuovo edificio. Ma tante sono le istituzioni minori e le fondazioni autonome, dalla vecchia e gloriosa Galeria Foksal, che negli anni del comunismo ha tenuto fede a una linea di avanguardia e di collaborazione internazionale, alla fondazione Bec Zmiana, che si occupa di contribuire a ripensare il rapporto tra l'arte e la città. E poi ci sono le gallerie private, la Foksal Foundation, Raster, Profile, e ora, nel nuovo distretto Soho Factory, sorto nel quartiere di Praga, le gallerie Leto e Pyktogram. Tutto ciò dà l'idea dell'effervescenza della città.
Ma c'è qualcosa che ancora non si capisce se non si entra davvero nei meandri nascosti dei suoi spazi creativi. Per parlarne, consentitemi di fare un esempio. Un amico mi dice che c'è un'interessante performance treatrale in via Lubelska 30/32. Prendo un taxi, il taxi si perde (poi ho scoperto che succede sempre, perchè la via è contorta con una numerazione non proprio regolare). Finalmente arrivato, trovo un vecchio edificio grigio, insignificante, di epoca comunista. Nessun cartello, nessun segnale. Provo a salire le scale, e finalmente trovo una stanza, in cui cinque o sei attori, metà di loro nudi, nella semi oscurità stanno recitando. Di fronte, seduto, un pubblico di un'ottantina di giovani con gli occhi attenti e fissi sugli attori. Una densità di energia tale che si taglia col coltello. Alla fine della piece, comincia una discussione che dura due ore. Ecco, questa è la cultura a Varsavia: spesso devi faticare per trovarla, nascosta dietro i grigi edifici. Non interessata alla promozione, allo spettacolo fine a se stesso, ma attenta ancora ai contenuti, alla vera ricerca. E questa attitudine è il valore che Varsavia potrebbe contribuire a rilanciare nel mondo.



Fabio Cavallucci
Fabio Cavallucci

Fabio Cavallucci

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