I palazzi fiorentini rinascimentali

dei cortigiani medicei

Stemmi, simboli e ornamenti

Il rinnovamento di Firenze, promosso dal governo di Cosimo I e del figlio Francesco I, comprende sia opere pubbliche che private. Insieme alle grandi fabbriche medicee si sviluppa la costruzione e la ristrutturazione di numerosi palazzi di cortigiani, devoti al signore che contribuiscono al progetto di renovatio urbis, delineato nella pianta del Bonsignori stampata nel 1584.

I favoriti della munificenza del principe, gli esponenti della nuova classe politica tra i quali si distinguono dichiaratamente coloro di sangue spagnolo arrivati a Firenze con Eleonora di Toledo (1522-1562), figlia del viceré di Napoli Don Pedro Álvarez de Toledo e prima moglie di Cosimo I de' Medici (1519-1574), intendono dichiarare la loro appartenenza alla corte attraverso l'esibizione di simboli sulla facciata della propria abitazione. Al seguito di Eleonora si trasferiscono sulle sponde dell'Arno il cameriere ducale Antonio Ramirez de Montalvo, originario della Castiglia e Fabio Arazzola di Mondragone (1539-1586) proveniente dal Regno di Napoli, i quali si affidano per la progettazione delle loro residenze ad architetti fiorentini. Dal Portogallo giunge la famiglia Ximenes d'Aragona di origine ebraica che accumula una cospicua fortuna grazie ai commerci con le Americhe. Nel 1603 Sebastiano Ximenes compra dai discendenti dei Sangallo il palazzo eretto da Giuliano nel 1499 e abitato insieme al fratello Antonio in borgo Pinti.

L'attenzione verso la scena urbana conduce all'emanazione di una legge del 1551 con la quale sono eretti nuovi edifici, favorendo l'acquisizione di lotti adiacenti per accrescere «ornamento e bellezza» alla città. I nuovi edifici sorgono in aree già urbanizzate, unificando varie unità edilizie e la legge favorisce l'acquisizione dei lotti adiacenti con l'obiettivo di accrescere «ornamento e bellezza» alla città. Nel denso tessuto edilizio crescono residenze concepite a una maggiore scala dimensionale, anche se a Firenze le proporzioni dei palazzi cinquecenteschi sono inferiori a quelle di altre città si diffonde il tipo della «casa grande» o del «palazoto» sovente annesso a un «belo giardino», come rappresenta Ammannati in un disegno degli Uffizi la cui planimetria trova analogie con quella del palazzo di Simone da Firenzuola. I severi provvedimenti del duca, nei confronti di coloro che rivendicano le passate forme di governo, incrementano nei nobili cittadini, timore e cautela. Secondo una rigida gerarchia sociale, nessun fiorentino, pur disponendo d'ingenti possibilità economiche, erige un palazzo o una villa che possa far nascere il sospetto di pareggiarsi con le fabbriche granducali. Solo nella Francia di Caterina de' Medici, prima di murare a Firenze un nuovo palazzo in via dei Pecori, i Gondi costruiscono una grandiosa villa a Noisy-le-Roi nei pressi di Versailles, che mai avrebbero potuto erigere nella Toscana medicea.

Sono rare le fabbriche innalzate completamente ex novo, com'era avvenuto nei secoli precedenti, ad esempio per i palazzi Medici, Pazzi e Strozzi.

Secondo un principio connesso alla memoria delle antiche casate, nel 1571 è emesso il bando che obbliga a mantenere nelle facciate dei palazzi gli stemmi dei precedenti proprietari. Lo spazio urbano è punteggiato da busti dei sovrani disposti sopra i portali d'ingresso delle dimore private, un fenomeno che vede come epicentro Firenze e che si ramifica in altre città del granducato, come Pisa, Volterra o Montepulciano fino all'età del regno di Cosimo II e in modo episodico in quello di Cosimo III. Il genere del busto-ritratto autonomo, che ha le sue radici nella cultura antiquaria della Firenze quattrocentesca, trova una fioritura nel secondo Cinquecento, quando dialoga con l'architettura assumendo significati politici e celebrativi. Cosimo I è scolpito sopra il portale di accesso dell'Opera del Duomo, mentre Francesco I è ritratto nel busto inserito all'interno del frontone spezzato della Porta delle Suppliche agli Uffizi. Le effigi di Cosimo II sono riconoscibili in quello sull'arco mediano della Loggia del Grano in via de' Neri, armato con la croce di Santo Stefano e indicato dall'iscrizione come «Pater pauperum». I busti dei primi quattro granduchi dominano le porte sotto il loggiato dello Spedale degli Innocenti, ma soltanto la facciata di palazzo dei Cavalieri di Pisa, progettata da Vasari, costituisce un caso esemplare di quinta scenica costellata da busti e stemmi che celebrano il potere mediceo. Oltre a identificare le strutture legate alla benevolenza del principe, i busti dei granduchi rappresentano il tributo che i membri della corte, offrono ai loro protettori, inserendoli sopra i portali delle proprie abitazioni. A Firenze, Giovanni Cinelli elenca «36 teste di marmo» poste sopra gli ingressi ma attualmente è possibile individuarne circa due terzi, spesso attribuiti agli scultori Baccio Bandinelli, Giovanni Bandini o Giambologna. Questo significativo fenomeno tipico dell'ambiente fiorentino non è limitato alle case dei cortigiani: anche se Cosimo I ordina di giustiziare i familiari di Baccio Valori, dopo la vittoria di Montemurlo, il suo busto è scolpito sul portale del palazzo in Borgo Albizi. Busti che ritraggono il primo granduca di Firenze compaiono nel prospetto di palazzo Pitti-Mannelli in via Maggio, altri scomparsi sono ricordati da Francesco Baldinucci (1681) sopra il portale di palazzo Soderini e di Agnolo Gaddi. Francesco I è invece effigiato sul portale dei palazzi Benci, Martelli e Uguccioni il cui disegno della facciata proviene da Roma. Ferdinando I è scolpito nei busti all'ingresso di palazzo Medici in via Palmieri, Carnesecchi e Da Borgo tra i graffiti che rappresentano il Trionfo di David, allegoria della vita di Cosimo. Un altro ritratto scultoreo analogo sorveglia la casa dei Frescobaldi al canto dello Sprone, nel prospetto arretrato sopra la fontana con mascherone. Il busto di Cosimo II corona il portale della dimora con torre dei Donati, quello della casa Nardi, di palazzo Dell'Antella, dove la statua è inserita nel programma allegorico che esalta il governo mediceo e di palazzo Tempi, con data 1609 e iscrizione per i servigi resi da Belisario Vinta al granduca.

Lo scultore Baccio Bandinelli omaggia il suo mecenate nella propria residenza di via Ginori attraverso l'uso del busto, come Giambologna che scolpisce nel 1603 il ritratto di Ferdinando I per l'ingresso della sua casa studio in borgo Pinti, aggiungendo tra le finestre del primo piano, lo stemma concesso dal granduca con croce, una branca di leone e tre palle medicee. Anche il pittore Federico Zuccari riceve il privilegio di porre lo stemma Medici sulla colonna inglobata nell'angolo della sua residenza. Mentre l'impiego di stemmi medicei in edifici pubblici, militari e nelle dimore granducali è prassi scontata – con sorprendente eccezione del prospetto della reggia di palazzo Pitti –, il loro uso per le dimore dei personaggi legati alla corte è un fenomeno diffuso a Firenze, ma compare già nella Roma di Leone X, dove un grande stemma Medici ornava il centro della facciata del palazzo del consigliere del papa Giovanbattista Branconio dell'Aquila, distrutto alla metà del Seicento e del quale rimane il progetto di Raffaello. Nella Firenze del Quattrocento gli stemmi e gli emblemi medicei sono un privilegio delle famiglie che si uniscono in parentela con la dinastia dei discendenti di Cosimo il Vecchio, come per il palazzo, loggia e cappella di Giovanni Rucellai (Preyer 1981). Nel panorama dei palazzi fiorentini, lo stemma di Leone X è posto in angolo a palazzo Pucci. Nei palazzi del Quattrocento non è abituale la collocazione dello stemma in asse con il portale o al centro della facciata come a palazzo Antinori, ma viene privilegiata la soluzione angolare esemplificata da palazzo Medici. Ancora nella seconda metà del Cinquecento si sceglie la cantonata di palazzo Sforza Almeni per esibire lo stemma bipartito con l'arme di Cosimo I de' Medici e di Eleonora di Toledo avvolto da un cartiglio con mascherone. L'arme Medici-Toledo campeggia anche sull'angolo verso l'Arno del palazzo Del Nero e sulla facciata quattrocentesca del palazzo Ricasoli all'imbocco del ponte alla Carraia. La gerarchia compositiva generata dal rilievo della fascia mediana si afferma solo nella seconda metà del Cinquecento a partire dalla dimora progettata da Bartolomeo Ammannati per monsignor Ugolino Grifoni. Anche a palazzo Ramirez de Montalvo, dello stesso architetto come quello di Simone da Fiorenzuola, lo stemma si colloca nella sequenza concatenata di aperture che marcano l'assialità del prospetto accolto dal telaio dell'edicola e dove due teste di capricorno spuntano ai lati dello scudo che porta appeso l'agnello del «toson d'oro», prestigiosa onorificenza assegnata a Cosimo I da Carlo V. Ammannati introduce nei suoi stemmi un elaborato cartiglio che accoglie il blocco monolitico in pietra bigia plasticamente modellato, tra le cui morbide volute si affacciano mostri dal volto deforme.

Sovrasta l'ingresso di palazzo Grifoni una diffusa decorazione araldica che esalta le imprese medicee: dal capricorno, desunto dallo zodiaco cosimiano, alla tartaruga con la vela, che sottende il motto «Festina lente» secondo il concetto di «servitù non vile e bassa ma onoratissima», usando le parole di Vasari in una lettera a Ramirez de Montalvo il cui palazzo presenta una facciata graffita che illustra lo stesso tema. Nel Dialogo dell'imprese militari et amorose di Paolo Giovio (1574), l'animale mitologico è raffigurato nel cielo di Firenze, con l'Arno in primo piano. Mentre l'emblema di Cosimo I è affidato al capricorno, che lo accomuna al segno zodiacale dell'imperatore Augusto e di Carlo V, l'ariete è il segno e l'ascendente zodiacale del figlio Francesco. Il mercante banchiere Simone da Firenzuola, velatamente antimediceo, non esibisce stemmi della famiglia granducale, ma all'apice delle cornici del portale del palazzo Da Firenzuola spiccano due teste di ariete scolpite nella pietra forte come protomi criocefale che alludono alla protezione di Francesco I. Un lessico caratterizzato da un classicismo contraddistinto da bizzarrie, «licentie» e fiabesche figurazioni che coinvolgono e assemblano architettura e scultura. I palazzi Grifoni e Da Firenzuola-Giugni, insieme a quelli Ramirez de Montalvo e Mondragone, si collocano in una chiave interpretativa che li vede come testimonianza della sperimentazione di originali soluzioni compositive; rappresentano opere emblematiche nella poliedrica produzione di Bartolomeo Ammannati e si pongono come modello per la nuova architettura dei palazzi fiorentini rinascimentali e per quelli successivi.

Marco Calafati



 
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